L’imprenditore del futuro è un filosofo dell’innovazione

Intervista a Giancarlo Rocchietti, presidente del Club degli Investitori e di Enter Academy, la fondazione filantropica, con sede a Torino, che organizza, insieme agli atenei, camp gratuiti per diffondere la cultura dell’impresa e far crescere giovani imprenditori. Il prossimo in programma a Bari, dal 25 al 27 maggio. Iscrizioni aperte fino all’11 maggio. Rocchietti sarà tra gli speaker d’eccezione di Campus Graduate, il primo Salone dei Master e delle Lauree specialistiche in programma il 6 maggio al San Siro Stadium.

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha visto scomparire oltre 153mila imprese giovanili. Allo stesso tempo, l’ecosistema dell’innovazione ha mostrato un potenziale significativo: tra il 2012 e il 2024 ha creato quasi 244 mila nuovi posti di lavoro, mobilitato 47 miliardi di euro e registrato una crescita annua del 15,5 per cento. Nonostante il trend positivo segnato dall’innovazione, il divario tra disponibilità di capitali e capacità di trasformare idee in impresa resta uno dei nodi centrali del sistema italiano. È proprio su questo squilibrio che si concentra l’attenzione di Giancarlo Rocchietti, presidente del Club degli Investitori, che dice: «Nel panorama italiano non mancano i finanziamenti, mancano i giovani imprenditori che abbiano idee innovative e capacità di portarle avanti». Rocchietti è a capo di Enter Academy, una fondazione filantropica no-profit con sede a Torino, nata per diffondere la cultura imprenditoriale e formare la prossima generazione di imprenditori. Sostenuta, oltre che dal Club degli Investitori, dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione CRT, Enter Academy si ripromette di connettere ricerca accademica e mercato, contrastando il calo dell’imprenditoria giovanile attraverso camp formativi gratuiti, networking e mentoring. Il primo camp si è svolto lo scorso marzo a Torino e ha coinvolto 8 università diverse (Politecnico di Torino, Università di Torino, Università del Piemonte Orientale, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Università di Genova, Escp, Ied e Iaad), più di 400 studenti e oltre 25 tra speaker e mentor, per un totale di oltre 28 ore di formazione intensiva. Il secondo camp è in programma a Bari, il 25, 26 e 27 maggio, con l’Università di Bari, il Politecnico di Bari, la LUM, l’Università di Foggia e alcuni ITS Academy. È possibile inviare la propria iscrizione entro l’11 maggio (https://enteracademy.it/). In occasione della sua partecipazione a Campus Graduate, il primo Salone nazionale dei master e delle lauree magistrali, che si svolgerà il 6 maggio al San Siro Stadium (partecipazione gratuita, 9.30-17.30), Campus ha intervistato Giancarlo Rocchietti sulle prospettive presenti e future dell’imprenditoria giovanile in Italia.

Presidente Rocchietti, oggi, quanto è davvero accessibile fare impresa per un giovane in Italia? Rispetto al passato, è più facile o più difficile ottenere finanziamenti?

In Italia abbiamo 250 tra incubatori e acceleratori e un centinaio tra fondi di venture capital, gruppi di business angel e holding familiari che investono in start up. Il Club degli Investitori che io presiedo, per esempio, punta su start up innovative con supporto in denaro e connessioni. Inoltre, negli ultimi anni c’è stato un grosso sforzo da parte dello Stato che ha finanziato questi hub di innovazione. Insomma, quello che voglio dire è che nel panorama italiano non mancano i finanziamenti, mancano i giovani imprenditori che abbiano idee innovative e capacità di portarle avanti. Investire in educazione all’imprenditorialità è una scelta strategica perché risponde a due esigenze: contrastare il calo dell’imprenditoria giovanile e rendere accessibili competenze e opportunità in un’economia che richiede innovazione e intraprendenza.

Ed è con questo obiettivo che è nata Enter Academy…

L’obiettivo di questa iniziativa è ispirare, formare e connettere la prossima generazione di imprenditori italiani. Spesso i ragazzi hanno poca consapevolezza di che cosa vuol dire fare impresa. Enter Academy, ancora prima degli acceleratori, si occupa di sviluppare cultura d’impresa.

In che modo?

Aiutiamo i giovani formandoli. I camp che organizziamo, il primo a Torino, il secondo in programma a maggio a Bari, consistono in quattro giorni intensivi, durante i quali i ragazzi e le ragazze vengono ispirati da storie reali e collaborano in gruppi di lavoro interattivi. Crediamo molto nella forza dell’ispirazione, l’esperienza reale di imprenditori e imprenditrici è decisiva per sbloccare le potenzialità di ogni giovane. Alla fine del camp i giovani ottengono un diploma, un open badge. Il valore aggiunto è che non tutto si conclude con la fine del camp, ma i ragazzi rimangono legati a una community formata da oltre 50 mentor. Questo significa che i potenziali futuri imprenditori hanno a loro disposizione un ambiente in grado di insegnare loro come muovere i primi passi nel mondo dell’imprenditoria. Tra i nostri partner abbiamo, infatti, oltre 100 startup che, tra l’altro, offrono anche internship. L’obiettivo è quello di ispirare, motivare i giovani e portarli, quando hanno un’idea, a sapere che cosa fare. E, soprattutto, aiutarli a fare networking, metterli in contatto con senior e potenziali investitori.

Ma cosa manca quindi all’Italia, secondo lei, per diventare una startup nation? Un po’ sul modello di Francia e Germania, per esempio?

Lasciando a parte il fattore politico (abbiamo cambiato quattro governi mentre i francesi, per esempio, hanno avuto un lungo periodo di stabilità), a mio parere le università italiane dovrebbero prevedere corsi di entrepreneurship, non solo per le facoltà legate all’economia o alla finanza, ma per tutti gli studenti, anche per chi studia materie umanistiche perché spesso è da lì che vengono le idee più creative. Con l’avvento dell’AI tutti possono fare coding, anche senza essere programmatori. Quello che manca è la cultura imprenditoriale. L’imprenditore del futuro è più un filosofo dell’innovazione che un tecnico, è cambiato il modello dell’impresa e tuttora sta cambiando. Negli anni 60-70 si era sviluppato un modello imprenditoriale basato sul concetto di one man company, nascevano industrie che avevano per nome il cognome dell’imprenditore. Da tempo non è più così, adesso il vero valore sta nel team. Nessun investitore troverebbe sensato investire in un’azienda con a capo una sola persona. Per questo, consigliamo ai ragazzi di creare un gruppo il più diversificato possibile, non soltanto per gender, ma anche per provenienza geografica, per competenze. Già questo è indice di successo.

Quali sono i settori su cui puntare?

Inutile dire l’AI perché ormai l’AI è uno strumento che si applica a tutti i campi. Non suggerirei pertanto a un ragazzo di mettersi a fare concorrenza a ChatGpt, piuttosto di puntare su determinati settori che possono essere ciclici, ma rinnovati con le nuove strumentazioni digitali, o aciclici. Tutto l’healthcare e, in genere, il campo medicale sono settori con fortissime potenzialità. Oppure il settore delle tecnologie per il food. Ma con focus sull’innovazione… Faccio un esempio: Foreverland, un’impresa innovativa che presenteremo agli studenti a Bari, sviluppa soluzioni sostenibili per l’industria alimentare, come la produzione di cioccolato a partire dalle carrube, pratica che consente un risparmio d’acqua del 90%. Tra i settori emergenti c’è l’aerospaziale, di cui Torino e Bari sono i poli italiani. La space economy si sta sviluppando molto nel settore della Difesa. O ancora tutto il settore della meccatronica. A Milano invece un settore in costante sviluppo è il fintech.

E le competenze? Quali sono quelle su cui dovrebbero investire i giovani che si sentono portati verso un futuro nell’imprenditoria?

Innanzitutto, consigliamo ai giovani di provare esperienze internazionali, per esempio studiando casi di startup all’estero. Cosa che cerchiamo di fare anche nei nostri camp, nei quali si usa il “metodo Harvard”, ossia la condivisione e la discussione di casi. Le competenze di base, le famose hard skills, sono essenzialmente tre: finanza, tecnologia e vendite. Ossia sapere come si gestisce un’azienda, saper fare il prodotto e saperlo vendere. Ci sono poi le soft skills: la capacità di creare networking, bisogna essere abili a portarsi a bordo investitori. E per farlo, bisogna anche saper presentare bene la propria azienda, saper comunicare. Un’altra caratteristica principale è l’adattabilità o flessibilità: spesso succede che si parta con un progetto che poi deve essere man mano adattato alle situazioni che cambiano. Infine, amare il rischio. Spesso, agli incontri con i giovani, dico spesso “if you’re going to fail, fail fast!”. Cioè, non aver paura di cambiare, fallo subito. Ciò che in America si definisce pivoting, la capacità di un imprenditore di adattare il modello d’impresa quando non funziona.

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