L’intervento di Roger Abravanel, saggista, editorialista, scrittore, padre del concetto di meritocrazia e membro del Comitato scientifico di Campus, si rivolge idealmente al ministro Giuseppe Valditara, per una riflessione a mente aperta sulla riforma che ha investito la formazione tecnica e professionale in Italia. Cambiare il nome non basta, sostiene Abravanel, bisogna incidere sulla qualità della proposta formativa. E, per fare questo, la vera chiave di volta sta negli insegnanti. Che devono davvero essere di qualità, che ci sono e sono tanti, insieme ai dirigenti scolastici più innovativi, che stanno facendo la differenza. Una qualità adatta a una formazione di questo tipo. Perché gli studi tecnici e professionali non vengano più considerati dalle famiglie come un percorso di Serie B, ma quei laboratori di competenze che sono sempre più necessarie allo sviluppo del Paese.
Campus Magazine, qui di seguito, pubblica il suo intervento.
Il ministro Giuseppe Valditara ha deciso di cambiare il nome ai percorsi tecnici e professionali per dare loro maggiore prestigio. L’obiettivo è condivisibile: contrastare l’idea diffusa tra molte famiglie italiane secondo cui esisterebbe una sola strada nobile, quella del liceo seguito dalla laurea, mentre tutto il resto sarebbe una seconda scelta. È giusto provare a rivalutare gli istituti tecnici e professionali. È sbagliato pensare che basti cambiare la targa all’ingresso. Il problema vero dei tecnici e professionali italiani non è il nome. È la qualità media. Se confrontiamo l’Italia con il resto d’Europa, i dati internazionali PISA mostrano che i nostri licei tengono bene, spesso sopra la media europea, anche quelli al Sud. I tecnici e soprattutto i professionali molto meno. E la dispersione è ancora peggiore. I licei hanno buoni risultati quasi ovunque , i tecnici professionali al Sud molto peggiori di quelli al Nord. In Italia esistono ottimi istituti tecnici che ho conosciuto personalmente quando lavoravo al saggio La ricreazione è finita, scegliere la scuola , trovare lavoro (con Luca D’Agnese). Scuole che diplomano giovani preparati, richiesti dalle imprese, capaci di trovare lavoro rapidamente. Dietro questi risultati ho incontrato spesso presidi eccellenti, veri leader educativi, che si sono arrabattati per fare ciò che il sistema non facilita: rapporti continui con le imprese, apprendistato serio, laboratori funzionanti, orientamento realistico. Ma soprattutto hanno capito una cosa essenziale: nei tecnici e professionali servono docenti bravi e diversi da quelli immaginati dalla cultura scolastica italiana. “Bravi insegnanti” non significa necessariamente star di matematica, fisica o storia. Significa saper valorizzare ragazzi indipendentemente dalle loro capacità cognitive, anche quelli che ne hanno un po’ meno, ma potenzialmente hanno più pragmatismo, spirito d’iniziativa, capacità di lavorare in squadra, intelligenza pratica, affidabilità. È esattamente ciò che accade in Svizzera e in Germania, dove grazie ad apprendistato e percorsi tecnici di qualità un perito può crescere, diventare quadro, dirigere reparti, persino arrivare ai vertici aziendali.
Da noi, troppo spesso, un diplomato tecnico/professionale è considerato uno che “non ce l’ha fatta al liceo” da molte famiglie italiane che, in assenza di un orientamento decente nelle loro scuole , “forzano“ i figli a iscriversi al liceo per il percorso universitario. Ho definito queste famiglie vere “fabbriche di disoccupati” perché alla fine responsabili di abbandoni che avrebbero condizionato definitivamente la vita dei loro figli . E se riescono ad arrivare alla tanto ambita laurea, i rischi di sottooccupazione e salari risibili è molto alto. Il semplice “pezzo di carta“ già conta poco oggi da noi (a parte le lauree STEM in atenei di eccellenza). Avviene perché il “piccolo è bello“ del mondo delle imprese e gli ecosistemi della giustizia peggiori d’Europa riducono le opportunità di retribuzioni europee per architetti, avvocati , commercialisti, psicologi aziendali. Se siamo il fanalino di coda dell’Europa in quanto a numero di laureati non è per carenza di offerta, ma di domanda. Anche ipotizzando che chiamare “liceo” un istituto tecnico attragga più iscritti, non aumenterà automaticamente le opportunità per un diplomato tecnico che non abbandona l’università (come fanno in molti) e riesce a laurearsi. Aumenterà il numero, già consistente, di laureati sottopagati o disoccupati.
C’è di più. Il “pezzo di carta“ è previsto contare sempre meno per le università di massa di tutto il mondo occidentale. Molti esperti ritengono che resteranno solo le università di elite e non più come templi esclusivi del sapere ma come luoghi di leadership, selezione, networking e competenze avanzate. Invece, tecnologia e intelligenza artificiale stanno creando nuove opportunità per diplomati degli istituti tecnici e professionali. Sempre meno operai e sempre più manutentori in remoto, tecnici fotovoltaici, installatori di smart home, softwaristi di auto senza guidatore. Già oggi, in non pochi casi, le retribuzioni di diplomati tecnici specializzati superano quelle di laureati impiegati in professioni in settori a bassa produttività. Per esempio, molti avvocati a partita IVA che lavorano in piccoli studi professionali guadagnano meno di un bravo tecnico inserito in un’impresa manifatturiera efficiente.
La vera chiave dunque non è cambiare il nome. È migliorare la qualità dei tecnici e professionali italiani. La chiave della qualità sono i presidi e gli insegnanti. In Italia ce ne sono molti di bravi anche negli istituti tecnici e professionali, non solo nei licei. Il problema è che nessuno sa chi sono e quali sono quelli mediocri o pessimi. Non per licenziarli (gli insegnanti delle scuole pubbliche non li licenzia nessuno neanche negli USA), ma per aiutarli a migliorare con una giusta formazione e coaching. Da noi non avviene perché la meritocrazia scolastica è assente e oggi restiamo l’ultimo Paese europeo che non valuta le scuole. Non c’è più neanche la Grecia a farci compagnia: dal 2021 il governo greco ha introdotto rigorosi sistemi di valutazione di scuole e insegnanti, vincendo le dure resistenze sindacali
Vent’anni fa una ministra coraggiosa come Mariastella Gelmini accolse la proposta che avevo fatto nel mio primo saggio Meritocrazia di rilanciare l’INVALSI (allora commissariato) per avere misure più oggettive dei risultati degli studenti. L’obiettivo principale non era quello di aggiungere un’ulteriore misura del merito del singolo studente ma di avere un riferimento obiettivo per valutare scuole , presidi e insegnanti. Il rendimento degli studenti è funzione del merito degli insegnanti e, così si è avuto per la prima volta un modo obiettivo per misurarlo, visto che i voti dei docenti da noi raramente rispecchiano il vero merito degli studenti soprattutto al Centro-Sud. Eppure ancora oggi non si riesce a usare i risultati di test che oggi vengono fatti da milioni di studenti per valutare le scuole e in particolare gli istituti tecnici e professionali, per l’opposizione di molti docenti (probabilmente non quelli più bravi) e, soprattutto, dei sindacati. Che non capiscono che nel 90% dei casi il risultato più importante è avere un bravo preside che si preoccupa della selezione di nuovi insegnanti di qualità e nella formazione di quelli esistenti. Non solo per i peggiori istituti tecnici professionali ma per tutti anche quelli migliori e, al limite anche per i licei , nei quali “eccellenza didattica“ vuole dire il “sapere“ a livello universitario invece che il saper valorizzare tutti gli studenti.
E allora una domanda al ministro Giuseppe Valditara viene spontanea: perché non usare finalmente INVALSI (assieme ad altri criteri qualitativi ) per valutare davvero le scuole, premiare quelle che funzionano, aiutare quelle che restano indietro, dare più potere ai presidi migliori , mettere da parte quelli totalmente incapaci o non motivati e aiutare quelli motivati ma bisognosi di coaching ?
Sarebbe molto più utile che trasformare per decreto gli istituti tecnici in licei. Perché cambiare un nome è facile. Cambiare la qualità degli istituti tecnico – professionali è la riforma che aspettiamo da decenni.