Moda italiana tra crisi e futuro: le sfide secondo Luca Sburlati

luca sburlati

Il nuovo Presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, analizza un settore in trasformazione: tra crisi globale e nuove opportunità, servono competenze ibride, investimenti in sostenibilità e un forte legame tra formazione e impresa per rilanciare il Made in Italy

La moda è sinonimo di creatività, di eccellenza del Made in Italy. Qual è il suo stato di salute oggi, considerati un certo rallentamento globale del settore e la guerra dei dazi?

Il quadro è complesso: nel 2024 il comparto tessile-abbigliamento ha registrato un calo del 6,1% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, questi numeri dimostrano anche la straordinaria tenuta e resilienza del Made in Italy, sostenuta da una percezione molto positiva sui mercati internazionali che non dobbiamo perdere. Le piccole e medie imprese – circa il 60% della filiera – attraversano una fase difficile, segnata da incertezza, margini sempre più ridotti e criticità legate alla loro dimensione strutturale e alle congiunture geopolitiche. Per quanto riguarda i dazi, il vero problema oltre il clima di incertezza che genera, non è tanto il dazio in sé, quanto il suo impatto relativo: se i nostri concorrenti internazionali beneficiano di condizioni più favorevoli, rischiamo uno svantaggio competitivo. Per questo è fondamentale rafforzare il nostro sistema industriale: vanno sostenute le imprese e favorite le aggregazioni, investire sull’internazionalizzazione.

Come ci si prepara a svolgere una professione creativa nella moda?

Bisogna innanzitutto comprendere che creatività e competenza tecnica devono viaggiare insieme. Il talento è fondamentale, ma non basta: servono metodo, cultura del progetto, visione e consapevolezza dei cambiamenti in atto nel settore, dalla sostenibilità all’intelligenza artificiale. Oggi in Italia abbiamo scuole e accademie di altissimo livello, università, ITS, poli tecnici, capaci di offrire una preparazione concreta e aggiornata. Non esiste un solo percorso giusto: c’è chi parte da studi artistici, chi da indirizzi tecnici, chi da design o economia. Ma ciò che conta è l’approccio: curiosità, disciplina e apertura internazionale. Quanto alla specializzazione, è importante, ma non deve essere prematura. Il mondo della moda ha bisogno di creativi ma soprattutto al 90% di persone che imparino i processi e le fasi di prodotto, che sappiano dialogare con l’industria, capaci di integrare estetica e mercato.

Per quale comparto in particolare si prevede una crescita?

L’alto di gamma industriale: una fascia di produzione che unisce eccellenza manifatturiera, innovazione e forte proiezione sui mercati internazionali. Un secondo ambito riguarda tutto ciò che è legato alla sostenibilità e alla transizione green: prodotti circolari, materiali bio-based o rigenerati, filiere trasparenti e tracciabili. Chi investirà in questa direzione non solo risponderà alle richieste del mercato, ma costruirà un vantaggio competitivo duraturo. In parallelo, si sta consolidando un comparto meno noto al pubblico, ma di grande potenziale: quello dei tessili tecnici. L’Italia detiene il primato europeo in questo ambito, e il nostro tessile è già protagonista in settori altamente innovativi come l’aerospaziale, il medicale, il tecnico sportivo. Qui si stanno aprendo frontiere nuove, con applicazioni inaspettate che diventeranno sempre più centrali.

Quali sono le qualità necessarie per lavorare nella moda?

Questo settore è affascinante, ma anche molto esigente: non è fatto solo di creatività e passerelle, ma anche di industria, tecnologia, processi produttivi. Serve innanzitutto la capacità di muoversi fra discipline diverse. Non basta essere bravi in una sola cosa: è necessario saper dialogare con chi si occupa di design, ma anche di sostenibilità, digitale, marketing o produzione. Serve un approccio trasversale, aperto, capace di tenere insieme cultura, tecnica e innovazione. È fondamentale anche essere flessibili. Il settore cambia rapidamente: le professioni di oggi non saranno le stesse tra pochi anni. Il mio consiglio è anche di non avere fretta: partire dal basso, conoscere davvero la filiera, fare esperienza sul campo è spesso il modo migliore per costruirsi una carriera solida.

Dove indirizzarsi per la formazione e per il tirocinio?

In Italia abbiamo un sistema formativo d’eccellenza, che va dagli istituti tecnici e ITS fino a università e accademie specializzate. È fondamentale scegliere percorsi che uniscano teoria e pratica, con forti legami con le imprese. Il tirocinio è un passaggio cruciale: permette di conoscere da vicino il settore, i ruoli e le dinamiche aziendali. In questo senso, le Academy interne alle aziende rappresentano un’opportunità straordinaria. Sono strumenti efficaci per trasmettere competenze tecniche e valori d’impresa, e spesso si traducono in reali occasioni di inserimento professionale.

Qual è il ruolo delle aziende nella formazione dei giovani?

Le aziende hanno un ruolo centrale: devono partecipare attivamente alla formazione, non limitarsi ad aspettare giovani già pronti. Collaborare con scuole e istituti, accogliere tirocini, contribuire a orientare i percorsi formativi è essenziale per creare competenze utili e attuali. Solo con un vero dialogo tra impresa e formazione possiamo preparare figure professionali pronte a entrare nel mondo del lavoro e capaci di affrontare le sfide della moda di domani. Il concetto di Academy va esteso e «allungato» scuola ed aziende devono essere una l’estensione dell’altra.

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