Dal prossimo ottobre l’Istituto tecnico industriale Guglielmo Marconi di Dalmine, in provincia di Bergamo, aprirà agli studenti dalle 8,30 alle 16.30 con attività extracurricolari. Da scuola a campus scolastico. Un modello di eccellenza.
Un vero e proprio campus scolastico, con l’istituto aperto dalle 8.30 alle 16.30 e il pomeriggio occupato da laboratori, attività sportive, teatrali e di gruppo. Il tutto senza smartphone. È il modello della scuola ideale? Può darsi, di fatto è il futuro assai prossimo che i ragazzi dell’Istituto tecnico industriale Guglielmo Marconi di Dalmine, in provincia di Bergamo, vivranno. Il cosiddetto Campus Marconi, che sa
rà inaugurato il prossimo ottobre. Per tenere insieme i giovani, occuparli, liberarli dalla dipendenza dagli smartphone, fornire loro prospettive nuove, diverse e prepararli, grazie all’insegnamento delle competenze trasversali, a un mondo del lavoro in continua evoluzione. L’idea è del dirigente scolastico Maurizio Adamo Chiappa, che l’ha sviluppata insieme al suo team di docenti. Campus, che ha visitato il polo scolastico di questa cittadina industriale della bergamasca, ne ha parlato con il dirigente.
Professor Chiappa, ci racconta la sua scuola?
Il prossimo mese di ottobre la nostra scuola festeggerà i suoi cinquant’anni. Era il 1° ottobre 1976 quando l’Istituto tecnico industriale Guglielmo Marconi aprì a Dalmine, una città ad alta vocazione industriale. L’istituto, che conta circa mille studenti, ha attualmente diverse specializzazioni: Chimica, Materiali e Biotecnologie; Elettronica – Elettrotecnica – Automazione; Informatica – Telecomunicazioni; Meccanica – Meccatronica – Energia e il 4+2 afferente all’Area tecnologica 10 (ICT, Tecnologia dell’informazione, della comunicazione e dei dati).
Una scuola che sembra nata sulle esigenze del territorio…
Secondo gli studi di Confindustria, basati sui dati Eurostat, Bergamo è la seconda provincia dell’Unione Europea per valore aggiunto totale tra i territori a forte vocazione manifatturiera, preceduta solo da Brescia. I dati della Camera di Commercio dicono che il nostro territorio conta circa 100mila imprese a fronte di una popolazione di un milione e 200mila abitanti. Dico questo, per fornire un ulteriore dato: Eduscopio, la ricerca della Fondazione Agnelli che mette in comparazione le scuole superiori italiane, rileva che il 76% dei nostri studenti trova lavoro entro 6 mesi e a una distanza media di 8 chilometri. Questo significa che la nostra scuola risponde davvero ai bisogni del territorio. D’altra parte, è lo scopo per il quale sono nati gli Istituti tecnici industriali. Io considero la scuola come un’impresa di capitale umano e la forte relazione che abbiamo istituito con le aziende del territorio ci ha consentito di osservare da vicino come il lavoro sia cambiato e sia in continua evoluzione. Oltre alle competenze di base, per essere davvero incisivi e a proprio agio nel mondo del lavoro, servono quelle che si chiamano competenze non cognitive o trasversali, come la capacità di lavorare in gruppo, la flessibilità. Tutte skill che non si imparano a scuola, o meglio, si imparano solo in parte. Ecco, noi abbiamo avuto l’idea di ampliare il numero delle ore di permanenza a scuola per imparare non soltanto italiano, storia, matematica, inglese, ma per apprendere, tutti insieme, skill diverse.
Da qui l’idea del Campus Marconi, una vera rivoluzione per il concetto di scuola secondaria di secondo grado. Come sarà strutturato?
Proprio la necessità di mantenere una forte connessione con il territorio, e con le esigenze lavorative che cambiano, ci ha dato l’idea di una grande riforma che partirà con il prossimo anno scolastico. Dal prossimo mese di ottobre la nostra scuola sarà aperta dalle 8.30 alle 16.30. Al mattino i ragazzi saranno impegnati nelle classiche ore di lezione frontali, con le discipline tradizionali, nel pomeriggio invece saranno programmate le ore laboratoriali e le ore del Campus Marconi, nelle quali i ragazzi faranno attività per imparare le competenze trasversali, quindi attività sportive, teatrali e di gruppo. Ore dove si impara a imparare. Non esisterà la classe, ma i gruppi che svolgeranno un lavoro personalizzato. È la presa d’atto che, per coinvolgere le nuove generazioni, e offrire loro nuove prospettive, non possiamo limitarci a fare lezioni. Credo proprio di poter dire che stiamo facendo una rivoluzione in accordo con le famiglie e con le imprese. Pensiamo soprattutto al benessere e alla salute dei ragazzi, ma anche al futuro delle imprese che hanno bisogno di lavoratori con determinate skill. Alle quali i ragazzi vanno allenati. Naturalmente la partecipazione sarà su base volontaria, ma il nostro obiettivo sarà quello di coinvolgere per otto ore tutti i nostri mille alunni.
Parlava del benessere dei giovani. A cosa si riferisce, nello specifico?
Al fatto che i ragazzi devono imparare a stare in gruppo, a parlarsi, a comunicare. Anche perché, durante queste ore, gli smartphone saranno chiusi in un armadietto. Ai nostri tempi, io sono degli anni 60, queste skill si imparavano restando insieme. Ora dobbiamo renderci conto che i giovanissimi della GenZ apprendono in modo molto diverso da noi e soprattutto dobbiamo tenere conto del fatto che durante il periodo della vita nel quale si sviluppa la socialità questi ragazzi sono costantemente esposti ai social. Questa sovraesposizione continua, questo continuo raffronto con gli altri e, spesso, con modelli irraggiungibili provoca in loro sensazioni di malessere e fa sì che diventino quella “Generazione ansiosa” di cui parla Jonathan Haidt nel suo saggio (La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, Rizzoli, 2024, ndr), che esplora l’impatto degli smartphone e dei social network sulla salute mentale dei ragazzi. Tra i danni che l’uso prolungato degli smartphone produce c’è un’incapacità di stare insieme agli altri, di parlare con i compagni se non attraverso messaggi. Noi docenti e dirigenti ce ne rendiamo conto perché durante l’intervallo, senza cellulari, tornano invece a parlare tra di loro. Con lo smartphone in mano si isolano. E per questo, abbiamo deciso di raddoppiare il tempo degli intervalli, per indurli a stare insieme. Lo stesso problema sta già per essere rilevato dalle aziende che ci dicono che uno dei problemi più diffusi tra i lavoratori più giovani è proprio, come si diceva, l’incapacità di comunicare con i colleghi, di lavorare in team. Capita addirittura che i giovani preferiscano lasciare il lavoro piuttosto che dover interagire con i colleghi senza smartphone. Abbiamo pensato che la scuola possa essere il luogo idoneo dove apprendere tutto questo.
Professore, è giustamente fiero del suo progetto…
Può ben dirlo, pensi che addirittura l’OCSE ci ha chiesto di presentarlo a Parigi il prossimo dicembre.
Su quali finanziamenti ha potuto contare per concretizzarlo?
Sono diverse le fonti di finanziamento che ci hanno supportato: fondi pubblici e mi riferisco in particolare alla Legge 22 del 2025 che introduce in Italia una sperimentazione triennale nazionale per l’integrazione delle competenze non cognitive, soft skills e life skills, in tutti i gradi di istruzione, con l’obiettivo di contrastare la dispersione scolastica, segno che anche al Ministero dell’Istruzione hanno ben presente la questione (lo stesso dirigente Chiappa è Direttore generale per l’istruzione tecnica e professionale e per la formazione tecnica superiore DGTVET al MIM, ndr). Poi ci sono i fondi derivanti dalle imprese del territorio, che possono ascrivere questo progetto all’interno del proprio bilancio di sostenibilità e avere a loro volta supporti dalle fondazioni bancarie, fondi derivanti dagli enti pubblici, i Comuni, che hanno la possibilità di finanziare il diritto allo studio fino ai 16 anni. Stiamo lavorando inoltre con la Fondazione Ambrosetti, profilando i nostri ragazzi con piattaforme di AI, per capire quali competenze migliorare.
Avete esperienze di questo genere già avviate nel curriculum scolastico?
Sì, abbiamo utilizzato i moduli di orientamento, che prevedono attività per almeno 30 ore, in modo particolare. L’ITI Marconi organizza l’Hackathon #Ideasforfuture, una maratona creativa che coinvolge centinaia di studenti e aziende del territorio. L’evento sfida i giovani di terza, quarta e quinta a sviluppare progetti innovativi su mobilità, intelligenza artificiale e sostenibilità. Ogni gruppo è seguito da un’impresa madrina. Dal mese di novembre i gruppi iniziano a studiare l’azienda e analizzano i possibili spazi di miglioramento, i mesi successivi sono dedicati allo sviluppo di tale miglioria, che può essere un prodotto, un software ecc. e a maggio si organizza una sorta di maker fair. Ogni impresa valuta i progetti proposti e decreta quali sono effettivamente realizzabili. Sono progetti che, a volte, diventano startup. Anche questa attività dà un forte impulso all’autoimprenditorialità. Una skill che la nostra scuola tiene molto a trasmettere. Anzi, a questo proposito, posso darle un’anticipazione.
Quale?
Una grande novità che inaugureremo sempre il prossimo mese di ottobre è la presenza nella scuola di una Learning Factory. Si tratta di uno spazio di 500 metri quadrati, all’interno del polo scolastico, trasformato in una sorta di azienda. Ci sono stampanti in 3D, stazioni che realizzano prodotti, una vera e propria azienda in miniatura. Credo di poter dire che siamo l’unica scuola italiana a occuparci di industrializzazione del prodotto. Per realizzare questo spazio abbiamo ottenuto un finanziamento da un milione di euro nell’ambito del PNRR. Sarà un altro tassello di arricchimento del territorio e di rafforzamento dei legami con le altre realtà circostanti: questo spazio sarà infatti disponibile anche per le università, per esempio, per il Polo di ingegneria dell’Università degli Studi di Bergamo, che ha sede proprio a Dalmine. Nel segno di una continuità di prospettive e di scambi relazionali e culturali.