E’ “Dispari” di Alessia Lidestri il racconto vincitore del concorso Short&Surprise

Si intitola Dispari ed è il racconto vincitore della seconda edizione di Short&Surprise-Franco Francescato, il concorso-borsa di studio per giovani scrittori rivolto agli alunni delle classi terze di Licei, Istituti Tecnici e Professionali. A scriverlo, una giovanissima autrice, Alessia Lidestri della 3a E dell’Istituto Superiore Nicola Pellati di Nizza Monferrato (Asti). Il concorso è stato ideato da Nucci Ferrari per tenere in vita la memoria del marito scrittore, Franco Francescato, scomparso nel 2024. Francescato, nato a Bologna e poi cittadino del mondo, fra le tante attività svolte, è stato uno scrittore di racconti con una caratteristica precisa ed esclusiva: scriveva racconti di due pagine, di circa 4200 battute. Dei suoi racconti nei sono stati pubblicati circa 500 In 5 raccolte di 100 (o quasi) racconti ciascuna, pubblicate da Neos Edizioni (TO): Corti metropolitani, La bambola che chiude gli occhi, La sala della Pietà, La ragazza che prende il sole nuda, Il gatto nero sulle scale. Racconti ultra brevi eppure con grande densità di particolari. E tutti con un finale inaspettato, spesso sorprendente. Tanti gli studenti che hanno accettato la sfida di scrivere un racconto breve e con un finale a sorpresa. Il tema, dettato dal Premio di Narrativa di Neos Edizioni “Parole in Collina”, quest’anno era ‘Monferrato, dove la fede si fa paesaggio’. Alessia Lidestri ha convinto la giuria con il suo racconto e ha portato a casa la vittoria che prevede un premio in denaro di 350 euro (in parte per l’acquisto di libri), la pubblicazione, fuori concorso, nel libro-antologia del Premio di Narrativa di Neos Edizioni “Parole in Collina” e la pubblicazione sul sito di Campus-Salone dello Studente.

Ed ecco il racconto vincitore.

“Dispari”

Le campane della chiesa di Santa Chiara avevano smesso di suonare da almeno dieci minuti, ma il loro eco sembrava ancora rimbalzare tra i muri dei palazzi di Canelli, scivolando giù fino alla piazza. Era un pomeriggio di settembre e il sole, già basso, illuminava le finestre chiuse dei negozi. Fuori dal portone della chiesa, tre ragazzi raccoglievano le loro giacche dal muretto. Norbert era il più alto dei tre. Aveva diciannove anni, le spalle larghe e gli occhi che quando rideva si chiudevano quasi del tutto. Accanto a lui, sua sorella Salimata, quattordici anni, raccoglieva i capelli in una treccia veloce che faceva da sempre. L’ultimo era Bakary, cugino di entrambi, il più silenzioso, quello che osservava prima di parlare e che spesso non parlava affatto.

“Hai capito la storia di Vittorio?” Chiese Salimata a Norbert, in francese come facevano quando non volevano essere capiti. “Quello che saliva sull’albero?” Rispose lui ridendo. “Certo, era basso e voleva vedere”. Bakary non rise. Stava guardando dall’altra parte della strada.

Dal parchetto vicino alla piazza arrivavano voci. Un gruppo di ragazzi, sei o forse sette, stava fumando seduti sui muretti di cemento grigio che delimitavano l’area giochi. Li conoscevano di vista. Erano quelli del quartiere, quelli che ci vivevano da sempre e che conoscevano ogni crepa nell’asfalto e ogni soprannome di ogni persona del paese. Quando videro uscire i tre dalla chiesa, uno di loro disse qualcosa. Gli altri risero. “Non guardarli” bisbigliò Norbert. “Non li sto guardando” rispose Bakary. Ma li stava guardando. Uno del gruppo, capelli scuri, giacca di pelle nera, le mani in tasca, si alzò dal muretto e si avvicinò lentamente, con quella camminata di chi non ha fretta perché sa di essere a casa sua. “Rhi. Voi andate a catechismo?” disse, con un tono che non era una domanda, intento a provocare. “Sì” rispose Bakary. “Bella cosa. La vostra chiesa sta dall’altra parte del mondo, no?”

Calò il silenzio. Norbert strinse il bordo della cartellina. Salimata abbassò gli occhi sul pavimento.

Fu in quel momento che si aprì il portone della chiesa alle loro spalle. Don Luca, il parroco, si affacciò con una sciarpa al collo e un libro sotto il braccio. Dietro di lui, Elena: sedici anni, capelli rossi e voce ferma, si stava già avvolgendo il giubbotto. Era lei la catechista più giovane, la figlia di due volontari della comunità che da tre anni accoglieva i minori non accompagnati richiedenti asilo. “Bakary, Salimata, Norbert!” esclamo Elena come se avesse sentito tutto. “Vi accompagno io alla fermata”.

Il ragazzo con la giacca di pelle la guardò, poi guardò i tre, poi sc4ollò le spalle e tornò al muretto. Non valeva la pena. Non adesso. Mentre camminavano verso la fermata dell’autobus, Elena disse: “Non ci fate caso. Vittorio è così con tutti quelli che non capisce.” “Ci siamo abituati” replicò Bakary. Era vero. Ma non era una cosa bella a cui abituarsi.

Nei giorni seguenti, Norbert cominciò a fermarsi al parchetto. Non per sfida, lui non era fatto per le sfide, ma per curiosità. Aveva notato che Vittorio e i suoi amici giocavano a calcio ogni pomeriggio e Norbert, prima di arrivare in Italia, aveva giocato a calcio ogni giorno della sua vita ad AbidJan, nel cortile polveroso dietro casa di sua nonna. Non sapeva fare molte cose in questo Paese, ma quella sì. Il primo giorno si sedette su una panchina e guardò. Il secondo giorno stava ancora guardando quando uno del gruppo, non Vittorio, un altro, più basso ancora, con i capelli ricci e le orecchie a sventola, gli chiese se volesse giocare, perché erano dispari. Norbert giocò. Era bravo. Era bravo davvero, con quella leggerezza nei piedi che sembravano non toccare quasi terra e la capacità di vedere la palla prima degli altri. Quando segnò il secondo gol anche quelli che non lo volevano l^ si trovarono ad applaudire per istinto, prima di ricordare chi era. Vittorio lo guardò a lungo dopo la partita, senza parlare. Poi domandò “Come ti chiami?” “Norbert”. “Domani ci sei?” “Forse”. Ci fu. E il giorno dopo. E quello dopo ancora.

Bakary e Salimata lo sapevano, ma non dissero nulla. Salomata aveva cominciato ad aiutare Elena a preparare i materiali per il catechismo dei più piccoli, e nei frammenti di tempo disegnava paesaggi dove le palme del suo Paese si mescolavano con i filari delle viti del Monferrato. Don Luca aveva appeso uno dei suoi disegni in cappella.

Era una sera di novembre, fredda e senza vento, quando tutto cambiò. Norbert stava tornando dal parchetto da solo, Bakary era rimasto in parrocchia per una riunione, quando sentì delle voci concentrate provenire dal vicolo dietro la chiesa. Riconobbe una delle voci: Vittorio. L’altra era quella di un adulto che non conosceva. Si avvicinò senza fare rumore. Attraverso lo spiraglio tra due macchine parcheggiate vide Vittorio. Teso, le spalle rigide, che parlava con un uomo sulla cinquantina, capello grigio, aria da persona rispettabile. L’uomo stava consegnando a Vittorio una busta. Non si vedeva cosa ci fosse dentro, ma si sentivano chiaramente le parole che l’uomo pronunciava, anche se a voce bassa, anche se Norbert doveva sforzarsi per capire l’italiano.

“Li tieni lontani dalla chiesa. Bastano due o tre episodi. Dopo se ne vanno da soli.” Vittorio tenne la busta in mano senza aprirla. Sembrava un ragazzo confuso e fragile, non il bullo del parchetto. “Ma perché?” disse Vittorio. Nella sua voce c’era qualcosa che Norbert non si aspettava: incertezza. “Perché questo Pese è nostro” lo incitò l’uomo. “E va tenuto tale”. Norbert non aveva capito tutte le parole, ma aveva capito abbastanza. Rimase immobile finché l’uomo non se andò. Poi aspettò che Vittorio uscisse dal vicolo. Si trovarono faccia a faccia sotto il lampione. Per un momento nessuno parlò. Vittorio aveva ancora la busta in mano. La stava guardando come se non sapesse bene cosa farsene. Norbert disse, lentamente, in italiano stentato ma preciso: “Io ho sentito”. Vittorio alzò gli occhi. “E allora?” “E allora… non so.” Norbert cercò le parole. “In Cosa d’Avorio, quando avevo undici anni, i soldati sono venuti nel nostro quartiere. Mia madre ha nascosto me e Bakary sotto il letto. Abbiamo sentito tutto. Anche lì qualcuno diceva che il posto non era per noi.” Fece una pausa. “Alla fine siamo partiti.” Vittorio non disse nulla.

“Tu non vuoi che partiamo di nuovo” disse Norbert. Non era una domanda. Un silenzio lungo. Poi Vittorio aprì la busta, la rovesciò. Le banconote caddero sul marciapiede bagnato come foglie secche. “Non so perché lo faccio” ammise. “Io sì” disse Norbert. “Perché hai paura. Anche noi abbiamo paura.” Non ci fu nessuna scena drammatica, nessun abbraccio, nessuna lacrima. Soltanto due ragazzi sotto un lampione, in una città di provincia, come le foglie dei vigneti che il vento spingeva lungo le vie e il sottofondo delle campane i Santa Chiara che suonavano le otto passate.

Il giorno dopo, Vittorio entrò in chiesa per la prima volta dopo anni. Don Luca non disse nulla di speciale. Gli diede semplicemente un foglio con le indicazioni per il prossimo incontro di catechismo. Elena vide Vittorio sedere accanto a Norbert e non intervenne. Salimata lo vide a abbassò gli occhi sul suo quaderno per nascondere il sorriso. Bakary invece lo guardò a lungo, poi si avvicinò e gli tese la mano. “Io sono Bakary.” “Lo so” afferma Vittorio. “Mi dispiace.” “Anche a me” rispose Bakary. “Per tante cose.”

Fuori sul parchetto, i muretti di cemento erano vuoti. Qualcuno aveva disegnato con un gessetto bianco, qualcosa che sembrava un pallone o forse una piccola terra vista dalla spazio. Era difficile dirlo e forse non aveva importanza.

Settimane dopo, le forse dell’ordine arrestarono l’uomo dai capelli grigi per una serie di intimidazioni ai danni di famiglie straniere in tre comuni della provincia. Tra i testimoni chiave c’era un ragazzo di diciassette anni che aveva deciso, in un vicolo, di notte, di non raccogliere le banconote da terra.

Il suo nome era Vittorio.

ALESSIA LIDESTRI

studentessa della 3° E presso l’Istituto Istruzione Superiore “Nicola Pellati” di Nizza Monferrato (AT)

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