LAURA RAMACIOTTI (CRUI), UN’UNIVERSITÀ CAPACE DI PREPARARE A LAVORI CHE ANCORA NON ESISTONO, SENZA SACRIFICARE PENSIERO CRITICO E CONOSCENZA
L’università del futuro? Pervasiva, aperta e capace di governare l’innovazione. Lo dice Laura Ramaciotti, rettrice dell’Università degli Studi di Ferrara e, dal 2025, presidente della CRUI, la Conferenza dei rettori delle università italiane, l’organismo che riunisce i vertici degli atenei. Con lei analizziamo le profonde trasformazioni che stanno attraversando il mondo accademico e le sfide, ma anche le opportunità, che attendono l’università nei prossimi anni.
Domanda. L’università italiana vive una fase di profonda trasformazione, dal calo demografico all’innovazione tecnologica, dalla transizione ecologica al rapporto con il mondo del lavoro, dalle nuove competenze all’internazionalizzazione. Quali le priorità?
Risposta. Tutti temi cruciali – peraltro non gli unici – fra i quali non esiste una priorità assoluta, perché costituiscono i pilastri portanti di una questione esistenziale per l’università italiana, ovvero la sua sostenibilità. Se uno solo cedesse, cederebbe l’intera struttura. Quando si parla di sostenibilità la prima questione che viene in mente è quella finanziaria. Tuttavia, nonostante l’argomento sia ovviamente centrale,
si tratta di un aspetto letteralmente relativo, rispetto a una riflessione molto più ampia sulla sostenibilità sociale e culturale degli atenei.
Non sono più solo enti di formazione e ricerca, ma una vera infrastruttura civile che, in alcuni casi, rappresenta l’unico presidio a tutela di intere aree del Paese.
D. Quale università immagina per i prossimi dieci anni?
R. Mi piacerebbe immaginare una università pervasiva. Punto di riferimento per le famiglie (perché è lì che si formano le conoscenze, nonché le competenze relazionali e professionali per il futuro); per i giovani (perché è lì che alla gratificazione sterile del like si sostituisce la sfida collaborativa che ti trasforma in un cittadino maturo); per le aziende (perché è lì che si trovano i giovani di valore e la ricerca di qualità); per chi governa, per chi fa le leggi e chi amministra i territori (perché è lì che i problemi vengono investigati con metodo e le soluzioni proposte senza diaframmi ideologici); per la società civile (perché il campus è in primo luogo uno spazio aperto di costruzione, di incontro, di partecipazione). L’università queste cose le fa già e le fa bene. Di conseguenza, la realizzazione della mia visione “pervasiva” non dipende solo dall’università. Dipende dal fatto che il Paese sappia avviare la riflessione a cui accennavo poco fa.
D. Diversi atenei hanno raggiunto nel 2026 posizioni di prestigio nei ranking internazionali. Queste classifiche stanno diventando un parametro nella scelta di quale università frequentare. È giusto? O può andare a discapito degli atenei più piccoli?
R. Sono classifiche stilate sulla base di obiettivi spesso poco dichiarati dagli autori (o dimenticati nel tempo), che usano indicatori studiati appositamente per misurare una porzione di realtà funzionale a quegli obiettivi. Non sono giusti o sbagliati, sono semplicemente rappresentazioni parziali della realtà. L’errore semmai è considerarle come panoramiche onnicomprensive. È infatti sufficiente cambiare ranking, cambiare set di indicatori, per notare posizionamenti spesso molto differenti, quando non in netta contraddizione gli uni con gli altri.
Sono strumenti utili se vengono usati da una istituzione per l’autovalutazione su base temporale. Sono fortemente fuorvianti se vengono utilizzati per stilare classifiche tout court sulla qualità di questa o quella università.
D. Intelligenza artificiale. Quali sono le opportunità per il sistema universitario e quale impatto ha e avrà nella didattica, nella formazione, nell’organizzazione?
R. I modelli linguistici generativi rappresentano quello che nel passato hanno rappresentato l’invenzione della stampa e del personal computer. Con l’aggiunta dell’estrema pervasività, dell’accessibilità diffusa, dell’incredibile rapidità dei progressi e della sofisticata simulazione di processi mentali finora ritenuti specifici della nostra specie. Il tutto alla luce di frontiere della ricerca totalmente aperte che si spostano in avanti spesso al di fuori della nostra capacità di comprendere e controllare. Da questo appare chiaro che accanto a grandi opportunità si celino ovviamente grandi rischi (e grandi responsabilità da parte di sviluppatori, legislatori ed educatori).
Primo fra tutti il “debito cognitivo”. Lo ha chiamato così un gruppo di ricerca del Mit che ha misurato l’attività cerebrale di un gruppo di studenti universitari mentre scrivevano un saggio, alcuni da soli, altri usando un motore di ricerca o ChatGPT. Il tracciato cerebrale degli ultimi in particolare era più basso. Non solo, questi studenti hanno faticato a ricordare quello che avevano scritto, e sono rimasti cognitivamente più poveri nel momento in cui l’assistente gli veniva sottratto. Il debito cognitivo è di fatto un dato misurabile.
D. Rafforzare il collegamento tra università e imprese. Gli ITS Academy rappresentano una risposta. Come evitare però che si consolidi una contrapposizione tra una formazione orientata al lavoro e una formazione più teorica?
R. Mi sembra una semplificazione eccessiva. E questo nonostante l’Italia sconti un ritardo storico nell’ambito della formazione terziaria professionalizzante. Ritardo, peraltro, su cui università e ITS stanno lavorando alacremente proprio in questi anni per consolidare una collaborazione che colmi il divario con altri modelli europei. Detto questo, l’idea che i lavori del futuro siano immaginabili all’interno del dualismo teoria e prassi, che vedrebbe l’università sulla prima sponda e qualcos’altro (ITS o meno) sull’altra, è semplicemente contraddetto dai fatti. Se (solo) cinque anni fa qualcuno avesse chiesto quale sarebbe stato uno dei lavori del futuro, dubito fortemente che anche i più esperti del settore avrebbero risposto: il prompt engineer. Di conseguenza, per rispondere alla domanda di professioni future non serve (solo) la formazione professionalizzante ma semmai la flessibilità autoformativa e l’apertura mentale che solo l’università riesce a veicolare, e che garantisce la solidità nel tempo di hard e soft skill di un lavoratore. In secondo luogo, da poco più di un anno è emerso l’estremo bisogno che la gestione dei modelli generativi ha delle fin troppo vituperate scienze umanistiche. Come riusciremmo ora a rispondere a questa domanda del mercato del lavoro se qualche anno fa le università avessero ceduto alle sirene suadenti di certe previsioni – sempre troppo presentiste e proiettive – indebolendo i curricula umanistici?
D. Un tema del dibattito riguarda, da tempo, la fuga dei talenti, che in Italia ha numeri importanti. Come invertire la rotta e diventare un Paese d’attrazione?
R. Sono un’economista e, forse anche per deformazione professionale, più che di fuga mi piace parlare di bilancio. Che i giovani laureati vadano all’estero per completare il loro bagaglio esperienziale non può che essere positivo. Gli storici dell’università fanno in genere coincidere i primi bagliori dell’avventura accademica proprio con la migrazione intellettuale dei clerici vagantes del basso medioevo. La questione cruciale non è rappresentata quindi dal numero delle partenze, ma dal rapporto con la somma fra il numero di chi decide di rientrare e quello dei laureati stranieri che scelgono l’Italia come luogo dove restare o venire a lavorare. A seconda dell’arco temporale che si sceglie, i numeri raccontano realtà talvolta diverse. In una recente elaborazione dei dati Istat relativi al periodo 2019-2024 si nota, per esempio, come, a fronte di 78mila espatri, 88mila laureati abbiano varcato il confine in direzione inversa. Considerato così, il dato ci permetterebbe di parlare di un bilancio positivo. Ciò ovviamente non significa che il problema sia risolto o che una particolare elaborazione sia sufficiente a cantare vittoria. Il problema esiste e la soluzione non è univoca. Si tratta, fra l’altro, di proseguire sulla strada dell’internazionalizzazione dei corsi di studio, ma anche di lavorare insieme alle imprese perché i livelli salariali vengano adeguati a quelli dei Paesi che attraggono i talenti migranti.