Educare all’Intelligenza Artificiale come scelta culturale

Da tempo si è sviluppato il dibattito sull’uso dell’Intelligenza Artificiale a scuola, sia da parte degli studenti, con tutti gli aspetti etici che ne derivano, sia da parte dei docenti, come strumento di insegnamento. Ma al di là di questi elementi più pratici, attinenti all’utilizzo, è necessario ampliare la riflessione ad aspetti più profondi. Chi educa l’Intelligenza Artificiale e a quali valori? Imparare significa ancora studiare, arricchire la propria persona, o si riduce al saper fare le domande giuste a una macchina? Se l’IA risponde a tutto, che spazio rimane per il pensiero critico? Carmine Marinucci, presidente di #DiCultHer, Associazione Internazionale per la promozione della Cultura Digitale, propone una riflessione critica sull’ingresso dell’IA nei contesti educativi e culturali, spostando il focus dagli strumenti al significato. Al centro di questa riflessione, che nasce da una visione costruita nel lavoro quotidiano, condiviso con Silvia Mazzeo, Responsabile DiCultHer Academy e Giovanni Piscolla, Direttore DiCultHer,c’è l’idea che educare all’Intelligenza Artificiale non possa ridursi a una questione tecnica o di alfabetizzazione digitale, ma debba configurarsi come una scelta di civiltà, fondata su responsabilità, pensiero critico e visione umanistica. La riflessione mette in guardia dal rischio di delegare alle macchine ciò che resta essenzialmente umano – memoria, interpretazione, relazione educativa, cittadinanza democratica – e richiama il ruolo insostituibile delle comunità educanti, del patrimonio culturale e delle lingue come infrastrutture di senso. In questa prospettiva si collocano le esperienze promosse da DiCultHer, dall’Academy agli AI HUB fino a HackCultura, intese come parti di un ecosistema culturale capace di governare l’IA senza subirla. Si riafferma così il valore dell’educazione come atto di custodia del futuro: in un’epoca dominata dagli algoritmi, la scuola e la cultura sono chiamate non solo a usare l’Intelligenza Artificiale, ma a orientarla secondo principi etici, culturali e democratici. S.M.

Educare all’Intelligenza Artificiale come scelta culturale: perché servono ecosistemi di senso

Negli ultimi anni l’Intelligenza Artificiale è entrata con forza nel lessico dell’educazione, della scuola e dei luoghi della cultura. Spesso il dibattito pubblico si concentra sugli strumenti: quali piattaforme usare, quali competenze sviluppare, quali rischi evitare. Ma questa attenzione, pur necessaria, rischia di lasciare in ombra la questione decisiva: che cosa significa educare nell’epoca dell’IA, e soprattutto che cosa non siamo disposti a delegare alle macchine. L’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nei contesti educativi avviene con una rapidità che spesso precede la riflessione sul senso. Piattaforme, applicazioni e modelli generativi si diffondono mentre resta aperta una domanda di fondo: perché adottiamo l’IA in ambito educativo e culturale, e a quale idea di futuro intendiamo rispondere?

In questa fase di trasformazione profonda, il rischio non è tanto tecnologico quanto culturale: ridurre l’IA a una soluzione tecnica, delegando agli strumenti ciò che dovrebbe restare responsabilità educativa, progettuale e civile. L’Intelligenza Artificiale, come ogni tecnologia, non crea senso da sola: amplifica ciò che trova. Senza una visione condivisa, rischia di amplificare frammentazione, disuguaglianze e vuoti educativi.

Oltre l’alfabetizzazione: la questione del senso

Gran parte delle iniziative sull’AI literacy[1] si concentrano legittimamente sulla comprensione del funzionamento degli algoritmi, sui rischi di bias, sulla sicurezza dei dati e sull’uso consapevole degli strumenti. Ma l’IA incide anche su dimensioni più profonde: orienta l’attenzione, suggerisce nessi di significato, anticipa risposte, riscrive il rapporto tra produzione e fruizione della conoscenza.

Educare all’IA non può quindi limitarsi a insegnare come usarla, ma deve interrogare il perché, il per chi e il con quali conseguenze. È qui che emerge la necessità di un’intelligenza culturale capace di tenere insieme sapere tecnico, consapevolezza storica, responsabilità etica e partecipazione civica.

Dalla formazione ai contesti: un’unica visione che prende forme diverse

Negli ultimi anni si stanno affermando esperienze che provano a tenere insieme formazione, ricerca culturale e divulgazione pubblica non come ambiti separati, ma come parti di un unico ecosistema educativo. È in questa prospettiva che vanno lette iniziative come la DiCultHer Academy[2], il Laboratorio di Intelligenza Culturale[3], la rivista Culture Digitali[4], HackCultura, l’hackathon delle studentesse e degli studenti per la titolarietà culturale[5], per il volume Coltivare, Educare, Umanizzare[6] e il Manifesto AI CULTURA[7]: non come progetti distinti, ma come dispositivi diversi di una stessa visione.

 

L’Academy rappresenta l’infrastruttura educativa: uno spazio gratuito e permanente pensato per docenti, operatori culturali e comunità educanti, orientato non alla certificazione ma alla responsabilità culturale. Il Laboratorio, erogato in forma di MOOC cooperativo, è il dispositivo pedagogico: non insegna l’IA come oggetto, ma educa a usarla come partner cognitivo, capace di sostenere co-creazione, pensiero critico e progettazione collettiva.

La rivista e il volume costituiscono invece l’architettura culturale e teorica: luoghi di riflessione, confronto pubblico e sedimentazione del pensiero. Non solo materiali di supporto, ma cornici di senso che permettono alla formazione di non esaurirsi nell’addestramento e alla tecnologia di non diventare fine a se stessa.

Educare non è delegare: il ruolo delle comunità educanti

Una delle questioni centrali riguarda il ruolo dei docenti e degli operatori culturali. Nell’era dell’IA, educare non significa delegare competenze alle macchine, ma rafforzare la titolarità culturale delle comunità educanti. Scuole, musei, biblioteche e territori restano presìdi insostituibili di senso, relazione e cittadinanza.

Da questa consapevolezza nasce l’idea di percorsi progettati “dalla scuola per la scuola”, fondati sulla cooperazione e sull’esperienza reale dell’aula. L’innovazione educativa non prende forma quando si introducono nuovi strumenti, ma quando i docenti diventano co-autori del cambiamento, capaci di interrogare criticamente le tecnologie e di usarle per generare conoscenza condivisa.

Patrimonio, memoria e futuro: ciò che non è delegabile

Un nodo spesso trascurato nel dibattito sull’IA riguarda il rapporto con il patrimonio culturale, materiale, immateriale e digitale. La memoria non è un archivio neutro, né il patrimonio può essere ridotto a un dataset addestrabile. Sono processi vivi di selezione, interpretazione e trasmissione, che richiedono contesto, mediazione e responsabilità.

L’IA può amplificare l’accesso ai patrimoni e sostenere nuove forme di racconto e partecipazione, ma non può sostituire il lavoro umano di cura, interpretazione e scelta di ciò che conta. Qui emerge una soglia decisiva: non tutto è delegabile.

In questo contesto, è fondamentale riconoscere l’interdipendenza tra Patrimonio Culturale Digitale[8] e Intelligenza Artificiale. Le tecnologie basate sull’IA possono sostenere l’analisi e l’arricchimento dei dati culturali, abilitare forme di fruizione esperienziale attraverso ambienti immersivi e contribuire, tramite sistemi distribuiti, a garantire autenticità e tracciabilità. Ma senza un governo consapevole degli algoritmi, il rischio è quello di produrre distorsioni delle narrazioni culturali, impoverendo il senso anziché arricchirlo.

L’italiano come lingua di cultura nel mondo

Se l’Intelligenza Artificiale si configura sempre più come una nuova grammatica del mondo, allora la questione delle lingue – e delle culture che esse veicolano – diventa centrale per orientarne il senso. In questo quadro, l’italiano ha rappresentato e rappresenta, a livello globale, una lingua di cultura riconosciuta e amata, veicolo di un patrimonio artistico, letterario e umanistico che affonda le proprie radici nel pensiero di Dante Alighieri e nella tradizione umanistica italiana/europea.

L’italiano è studiato e scelto non soltanto per la sua bellezza formale, ma perché consente l’accesso diretto a una storia culturale che ha inciso profondamente sull’immaginario mondiale: arte, teatro, musica, scienza, filosofia. È una lingua associata al piacere della conoscenza, alla creatività, alla passione, alla dimensione affettiva dell’apprendimento.

Spesso definita “lingua del cuore” e dell’amore, l’italiano è percepito come patrimonio condiviso, capace di creare legami e prossimità culturale. In questo senso, rappresenta una risorsa preziosa anche nel dialogo interculturale e nel rapporto tra educazione, cultura e cittadinanza globale.

L’italiano svolge inoltre un ruolo rilevante come strumento di soft power culturale, accompagnando la promozione del Made in Italy – dalla moda al design, dalla cucina alla musica – e rafforzando il legame tra cultura, turismo e sviluppo sostenibile. La sua diffusione internazionale, che coinvolge milioni di parlanti tra madrelingua, eredi linguistici e apprendenti, ne conferma l’importanza anche in ambito economico e professionale.

In un’epoca segnata dall’adozione massiva di tecnologie basate sull’Intelligenza Artificiale, valorizzare l’italiano come lingua di cultura significa riaffermare il valore umanistico delle lingue come infrastrutture di senso. Non si tratta solo di preservare una tradizione, ma di contribuire attivamente a orientare l’IA verso visioni del mondo fondate sulla relazione, sulla creatività e sulla responsabilità.

Questo orizzonte apre naturalmente a un dialogo con gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo e con le scuole italiane all’estero, chiamati oggi a confrontarsi con le trasformazioni digitali e algoritmiche senza rinunciare alla propria missione culturale. In questo dialogo, la lingua italiana può diventare non solo oggetto di insegnamento, ma chiave educativa per formare cittadine e cittadini consapevoli nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

Custodire il futuro come scelta educativa

Questa visione trova una formulazione esplicita nel documento-manifesto Custodire il futuro[9], che assume un principio semplice e radicale: non sono delegabili il pensiero critico, la relazione educativa, la responsabilità delle decisioni, la memoria condivisa, la cittadinanza democratica e l’immaginazione del futuro.

Educare all’Intelligenza Artificiale significa, prima di tutto, educare alla responsabilità. In un tempo in cui le macchine sembrano rispondere a tutto, la scuola e la cultura sono chiamate a custodire le domande essenziali: che cosa conta davvero, per chi, e a quale prezzo.

È da questa responsabilità che può nascere un’educazione capace non solo di usare l’IA, ma di governarla come scelta di civiltà.

La DiCultHer Academy e gli AI HUB come infrastruttura culturale dell’educazione all’IA

Educare all’Intelligenza Artificiale come scelta culturale richiede infrastrutture che non siano semplici contenitori di contenuti, ma ambienti di senso, capaci di tenere insieme pedagogia, responsabilità e visione di lungo periodo. In questa prospettiva si colloca la DiCultHer Academy, concepita come infrastruttura educativa permanente, gratuita e aperta, rivolta a docenti, operatori culturali e comunità educanti.

L’Academy non nasce per certificare competenze tecniche, ma per rafforzare la titolarità culturale di chi educa, offrendo strumenti critici per abitare consapevolmente l’era dell’Intelligenza Artificiale. Al suo interno operano gli AI HUB, intesi non come moduli separati o ambiti specialistici da “insegnare”, ma come dispositivi metodologici e culturali che rendono possibile un’educazione all’IA fondata sulla cura, sull’interpretazione e sulla responsabilità.

Gli AI HUB agiscono come infrastruttura invisibile ma essenziale dell’Academy: integrano prospettive diverse – dal patrimonio culturale alla sicurezza, dall’etica alla sostenibilità, dal design educativo al gender mainstreaming – senza frammentare l’esperienza formativa. In questo modo, la complessità non viene esibita, ma trasformata in paesaggio educativo abitabile, coerente con l’idea di un’IA come amplificatore delle possibilità interpretative umane, e non come sostituto del pensiero.

La governance culturale di questo ecosistema si fonda su pratiche di confronto, riflessività e corresponsabilità, nella consapevolezza che educare all’IA significa, prima di tutto, custodire il senso delle scelte educative e ciò che non è delegabile alle macchine.

HackCultura come infrastruttura per la creatività giovanile e la cittadinanza culturale

Accanto all’infrastruttura educativa rappresentata dall’Academy, HackCultura costituisce il dispositivo attraverso cui questa visione incontra direttamente le nuove generazioni. Nato come hackathon per le studentesse e gli studenti, HackCultura ha progressivamente superato la logica dell’evento o della competizione per configurarsi come infrastruttura culturale permanente per la creatività giovanile.

HackCultura non è una gara tra progetti, ma un ecosistema educativo che mette ragazze e ragazzi nelle condizioni di diventare protagonisti consapevoli, capaci di immaginare, progettare e raccontare il futuro a partire dal patrimonio culturale, dai territori, dalle lingue e dalle comunità. In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale non è proposta come scorciatoia tecnologica, ma come partner cognitivo, a supporto di processi di co-creazione, pensiero critico e progettazione collettiva.

L’esperienza di HackCultura rende evidente che educare all’IA non può prescindere dal protagonismo giovanile e dalla dimensione partecipativa: la cultura digitale non si trasmette, si costruisce insieme, attraverso pratiche di narrazione, interpretazione e responsabilità condivisa. Anche qui vale un principio chiave: non tutto è delegabile alle tecnologie, e proprio per questo è necessario creare contesti educativi in cui l’innovazione sia abitata criticamente.

HackCultura rappresenta così il luogo in cui l’educazione all’Intelligenza Artificiale si intreccia con la cittadinanza culturale, contribuendo a formare non solo utenti competenti, ma cittadine e cittadini capaci di orientare il cambiamento.

[1] https://ailiteracyframework.org/wp-content/uploads/2025/05/AILitFramework_ReviewDraft.pdf
[2] https://diculther.moodlecloud.com/
[3] https://www.diculther.it/blog/2026/01/17/il-primo-corso-della-diculther-academy-e-online/
[4] https://www.diculther.it/rivista/
[5] https://www.diculther.it/hackcultura2026-hackcultura2026-lhackathon-delle-studentesse-e-degli-studenti-per-la-titolarita-culturale/
[6] https://www.diculther.it/blog/2026/01/18/coltivare-educare-umanizzare/
[7] https://www.diculther.it/wp-content/uploads/2025/11/Manifesto_AI_CULTURA.pdf
[8] Per #DiCultHer, “il patrimonio culturale digitale può essere definito come l’insieme delle risorse culturali che, nate digitalmente o derivate da processi di digitalizzazione, assumono un valore autonomo o complementare al patrimonio culturale tradizionale. Esso si configura come uno spazio dinamico di conoscenza, educazione e innovazione, in cui le tecnologie emergenti, l’intelligenza artificiale e le pratiche partecipative ridefiniscono i concetti di conservazione, accessibilità e identità culturale. Non si tratta solo della trasposizione in digitale di un bene esistente, ma di una nuova dimensione del patrimonio culturale, capace di generare significati autonomi e nuove forme di interazione tra individui, comunità e istituzioni. Esempi concreti includono archivi digitali interattivi, esperienze immersive in VR, intelligenza artificiale applicata alla conservazione e alla valorizzazione culturale.”
[9] https://www.diculther.it/blog/2026/01/10/webinar-149-16-gennaio-2026-custodire-il-futuro-intelligenza-artificiale-educazione-cultura-e-responsabilita/

di Carmine MarinucciPresidente Associazione internazionale #DiCultHer “Dino Buzzetti”

Direttore responsabile rivista “Culture Digitali”

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