Generazione Z, i ragazzi che hanno imparato a costruire, non a sognare

FEDERICO CAPECI: PRAGMATICI, RESILIENTI E COMPETENTI, I GIOVANI DEVONO RISCOPRIRE IL VALORE DELLE RELAZIONI

Per raccontare la Generazione Z bisogna evitare un errore che continuiamo a fare. Li osserviamo attraverso gli stereotipi: li definiamo «nativi digitali», dipendenti dallo smartphone, fragili, disattenti. Ma ogni generazione viene inizialmente raccontata attraverso i suoi strumenti e quasi mai attraverso i valori che la muovono. Eppure sono proprio i valori a spiegare chi saranno questi ragazzi quando diventeranno gli adulti di domani.

 

LA GENERAZIONE Z, quella dei nati tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila, è la prima ad essere cresciuta
interamente dentro una lunga stagione di instabilità. La crisi finanziaria, il lavoro precario, le tensioni geopolitiche, il cambiamento climatico, la rivoluzione digitale e, successivamente, la pandemia hanno rappresentato il paesaggio della loro adolescenza. Ed è proprio durante l’adolescenza che si forma il Dna valoriale di una generazione.

I VALORI che meglio li descrivono sono resilienza, pragmatismo e competenza. Ma resilienza, per loro, non significa sopportare passivamente le difficoltà, ma allenarsi a vivere in un mondo nel quale il cambiamento è permanente e le certezze sono poche. Per questo attribuiscono enorme valore allo studio delle cose, alle competenze specialistiche, all’apprendimento continuo. Vogliono sentirsi preparati, non semplicemente motivati.

Anche il loro rapporto con la tecnologia viene spesso frainteso. Si dice che vivano nei social network, ma il punto non è quanto tempo trascorrano online. La domanda interessante è come utilizzano questi strumenti. Se Facebook e Instagram erano soprattutto luoghi di rappresentazione sociale per la generazione precedente, TikTok è diventato per molti uno spazio in cui apprendere, sperimentare, affinare abilità e costruire competenze. La tecnologia, ai loro occhi, è prima di tutto uno strumento funzionale.

Lo stesso approccio emerge nel modo in cui affrontano le grandi questioni del nostro tempo. Pensiamo alla sostenibilità ambientale. Greta Thunberg è stato il loro simbolo non tanto per la forza di un’utopia, quanto per l’urgenza dell’azione. Il messaggio dominante non è immaginare un mondo migliore, ma fare qualcosa subito per evitare conseguenze peggiori. È una differenza sottile ma decisiva. La Generazione Z tende a valutare un’idea soprattutto per gli effetti concreti che produce.

Agli occhi degli adulti appaiono spesso troppo seri, razionali, persino severi con sé stessi: hanno poco in comune con i giovani di un tempo. In realtà sono cresciuti imparando che ogni scelta ha un costo, che le risorse sono limitate e che il futuro richiede preparazione. Per questo valutano con attenzione ciò che acquistano, il percorso di studi che intraprendono e il tempo che investono. Semmai rimangono in attesa della migliore opzione per lungo tempo: Fear of Best Option la chiamano. Sono meno attratti dalle promesse e molto più interessati ai risultati, per questo spendono molto tempo nelle decisioni sembrandoci disorientati.

Ma c’è un aspetto di questa generazione che mi sembra ancora poco osservato e che rappresenta probabilmente la vera sfida dei prossimi anni: la solitudine. Sono cresciuti in ambienti digitali che offrono infinite connessioni ma non sempre appartenenza. Hanno imparato a costruire identità diverse a seconda del contesto, passando con naturalezza da una piattaforma all’altra, da una community all’altra. Questa
frammentazione rende più difficile consolidare un’identità profonda e, soprattutto, costruire un autentico senso del «noi». Si è sempre connessi, ma non necessariamente legati.

A questo si aggiunge un cambiamento educativo importante. Molti di questi ragazzi sono figli di genitori che hanno fatto della felicità
dei figli la propria missione. Un gesto d’amore che, talvolta, si è tradotto nell’eliminare ostacoli, attenuare delusioni, evitare frustrazioni.
Abbiamo cercato di proteggerli dalle emozioni negative, dimenticando che sono indispensabili per diventare adulti. Il fallimento insegna resilienza, il conflitto sviluppa empatia, la fatica costruisce fiducia nelle proprie capacità. Non si cresce evitando queste esperienze, ma attraversandole.

Per questo credo che la sfida della Generazione Z non sia tanto imparare nuove competenze – quelle le acquisiscono con una rapidità sorprendente – quanto ricostruire relazioni profonde e comunità autentiche. Ed è qui che il dialogo tra le generazioni diventa decisivo.

LA GENERAZIONE X può offrire loro qualcosa che oggi rischia di essere raro: la capacità di sognare insieme. È una generazione cresciuta coltivando grandi narrazioni, passioni condivise e un forte desiderio di appartenenza. Può ricordare ai più giovani che non basta realizzare sé
stessi se manca un progetto collettivo. La Generazione Z porterà competenza, concretezza e capacità di adattamento. La Generazione X può restituirle il valore del sogno, della fiducia reciproca e della comunità.

Perché il futuro non sarà costruito da una generazione migliore delle altre, ma da generazioni capaci di riconoscere i reciproci punti di forza. E
forse la più grande eredità che possiamo lasciare alla Generazione Z non è un mondo più semplice, ma la consapevolezza che le cose più importanti non si realizzano mai da soli.

 

Articolo di Federico Capeci

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