ANNA MARIA BERNINI: LE SFIDE DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA E LE TRASFORMAZIONI DEI PROSSIMI ANNI
La riforma dell’accesso ai corsi di laurea in Medicina e chirurgia, il cambiamento epocale che ha coinvolto i Conservatori, le accademie e gli Isia, gli Istituti superiori per le industrie artistiche, con l’equiparazione dei titoli rilasciati alle lauree universitarie, i ranking che classificano gli atenei secondo diversi parametri, l’introduzione e il giusto utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. E l’orientamento, che è tanto più efficace quanto più è precoce. Sono tante le trasformazioni che il sistema terziario degli studi sta incontrando e le nuove stimolanti sfide che si troverà ad affrontare nel futuro. Di tutto questo abbiamo parlato con Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della Ricerca.
Domanda. Ministro Bernini, la riforma dell’accesso a Medicina ha introdotto il semestre aperto. Quali sono gli elementi qualificanti di questo nuovo modello?
Risposta. Abbiamo portato la formazione dove deve stare: dentro l’università. Fino a due anni fa un quiz decideva chi poteva entrare. Oggi si entra, si studia, ci si misura su Chimica, Fisica e Biologia con veri esami universitari. È un cambio radicale: prima la formazione, poi la valutazione. E insieme abbiamo allargato le opportunità: dai 15.835 posti del 2022 agli oltre 27 mila del 2026. Abbiamo ascoltato studenti e atenei, corretto ciò che andava corretto, migliorato il modello. Sono convinta che le riforme non vadano difese come principio, ma fatte funzionare.
D. Il riconoscimento dei diplomi AFAM, Alta formazione artistica, musicale e coreutica, come titoli equiparati alle lauree rappresenta un passaggio importante. Che cosa cambia?
R. Era un ritardo che abbiamo colmato. Accademie, Conservatori, Istituti di Design erano già eccellenze nel mondo, ma non avevano ancora in Italia tutto il riconoscimento che meritavano. Abbiamo cambiato ordinamenti e reclutamento, reso strutturali e aumentato i finanziamenti per i dottorati, investito sull’internazionalizzazione e oggi i titoli AFAM sono lauree a tutti gli effetti. Ma la parte più affascinante arriva adesso, e riguarda il mescolare i linguaggi. Arte e IA, musica e tecnologia, design e scienza. Il futuro non abita più dentro i recinti delle discipline. Nasce dove i saperi si incontrano.
D. Si parla sempre più di orientamento precoce, anche dalla scuola primaria. Quali iniziative avete messo in campo come Ministero?
R. Un talento che non conosce le proprie possibilità rischia di restare un talento invisibile. Per questo abbiamo anticipato l’orientamento: non più il catalogo dei corsi alla vigilia della maturità, ma università e AFAM dentro le scuole già dal primo anno. Con il PNRR abbiamo coinvolto 160 istituzioni e raggiunto oltre un milione di ragazzi. E dobbiamo andare ancora più indietro, soprattutto sulle STEM: settimana nazionale dedicata e borse aumentate del 20% per le studentesse che scelgono percorsi scientifici. Orientare non è indicare una strada. È far vedere quante strade esistono.
D. Le università italiane stanno ottenendo risultati sempre più significativi nei ranking internazionali. Su quali leve bisogna investire per crescere ancora?
R. Prima liberiamoci da un complesso: l’università italiana è forte. I ranking internazionali lo confermano. Adesso dobbiamo trasformare questa forza in velocità: grandi infrastrutture, supercalcolo, quantum, ricerca, valorizzazione dei ricercatori. E una nuova alleanza con le imprese. Non voglio università al servizio delle aziende né aziende ferme fuori dai cancelli degli atenei. Voglio porte girevoli per le idee: ricerca che diventa innovazione e bisogni reali che generano nuova ricerca. È lì che la conoscenza diventa competitività.
D. L’intelligenza artificiale è una delle grandi sfide per il sistema universitario. Qual è l’obiettivo del Ministero?
R. L’intelligenza artificiale corre. Noi dobbiamo essere capaci di darle una direzione. Per questo portiamo formazione sull’IA nelle
università, negli enti di ricerca e nelle AFAM e coinvolgiamo docenti e ricercatori nell’alfabetizzazione del Paese. Ma non basta conoscere gli algoritmi. Dobbiamo formare filosofi che comprendano la tecnologia e ingegneri che sappiano interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Humanities e science devono ibridarsi ancora di più. L’IA potrà suggerirci sempre meglio come. Ma perché, per chi e fino a dove resta una decisione umana.