I canyon sottomarini: hotspot per l’accumulo di rifiuti in ambiente marino profondo – Sapienza Università di Roma

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Workshop

Giovedì 12 novembre novembre 2020 – ore 11:30

Tra le varie alterazioni antropiche dell’ambiente, l’accumulo di rifiuti nell’ambiente marino è riconosciuto come una delle forme di inquinamento più pervasive al mondo e in costante crescita, ormai esteso a tutti i compartimenti marini, dalle spiagge e zone costiere fino ai punti più remoti degli oceani e ai fondali profondi. Tuttavia, nonostante i fondali marini siano riconosciuti come le principali zone di accumulo dei rifiuti che giungono in mare, l’entità e gli effetti di tale perturbazione sugli ecosistemi profondi sono ancora in gran parte sconosciuti.

Per aumentare le conoscenze sugli impatti dei rifiuti in ambienti marini profondi, nell’ambito del progetto RITMARE è stato effettuato uno studio sulla distribuzione dei rifiuti in alcuni canyon del settore calabro-siciliano tra i 200 e i 600 metri di profondità, utilizzando veicoli sottomarini filoguidati dotati di telecamere (ROV). I canyon sottomarini, strette e profonde valli che incidono i margini delle piattaforme continentali, rappresentano infatti delle vie preferenziali per il trasporto e l’accumulo di detrito dalle zone costiere verso quelle più profonde, specialmente quanto le loro testate sono ubicate a basse profondità e in corrispondenza di foci fluviali a regime torrentizio, come i canyon dello stretto di Messina. La particolarità dei canyon esplorati è infatti quella di essere spazialmente connessi alle foci di corsi d’acqua detti fiumare, i cui letti sono secchi per la maggior parte dell’anno e, in assenza di un’adeguata gestione dei rifiuti, diventano spesso luoghi preferenziali per l’accumulo di detriti di origine antropica. Tuttavia, questi corsi d’acqua hanno anche la capacità di sviluppare a seguito di piogge intense delle piene improvvise e violente dette flash flood, durante le quali possono trasportare enormi quantità di sedimento,  materiale vegetale e naturalmente di rifiuti, che vengono presi in carico e riversati in mare, dove si incanalano all’interno dei canyon.

 

Le indagini ROV nei canyon dello Stretto di Messina hanno evidenziato quasi ovunque una presenza cospicua di rifiuti anche di grandi dimensioni fino ad oltre -1100 m. In particolare, lungo il versante siciliano sono stati osservati grandi accumuli costituiti da detrito antropico misto a sedimento e materiale vegetale, che testimoniano l’azione di trasporto da parte di flussi legati alle piene fluviali. Le densità di rifiuti osservate in questi canyon, fino a 200 oggetti/10 m2 sono risultate le più alte finora riportate per ambienti di mare profondo. Più del 70% dei rifiuti trovati sui fondali dello Stretto sono costituiti da plastica, sebbene il ROV ha rivelato la presenza dei più disparati oggetti, tra cui giocattoli, parti di mobili, materiale elettrico e da edilizia e persino un’automobile e diverse piccole imbarcazioni. Numerose interazioni tra rifiuti e megafauna sono state osservate; sebbene in alcuni casi sia evidente un effetto di disturbo sulla fauna da parte del detrito antropico, in altri casi i rifiuti rappresentano un substrato di insediamento o rifugio per alcuni organismi, dando luogo a complesse e controverse relazioni.

RELATRICE

 

Martina Pierdomenico

Martina Pierdomenico è una giovane ricercatrice dell’Istituto per lo studio degli impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IAS-CNR) che collabora da anni con il gruppo di Geologia Marina dell’Università Sapienza di Roma, dove ha conseguito la laurea in Scienze Naturali e in Scienze del Mare e il dottorato in Scienze della Terra. Durante la sua formazione accademica ha svolto periodi di ricerca all’estero, presso l’Università del Mississippi, il Northeast Fisheries Science Center del New Jersey (USA) e l’Istituto di Scienze Marine di Barcellona (Spagna).

La ricerca condotta da Martina Pierdomenico è attualmente centrata sullo studio e la mappatura di habitat bentonici localizzati dalla piattaforma fino ai settori più profondi della scarpata continentale, con particolare enfasi su ambienti geologicamente complessi come canyon sottomarini, isole vulcaniche, biocostruzioni a coralligeno e mound a coralli profondi. Il suo approccio fortemente multidisciplinare combina aspetti e conoscenze provenienti da differenti discipline nel campo delle scienze marine (geologia ed ecologia marina, oceanografia fisica, statistica spaziale e sistemi informativi geografici) per caratterizzare le componenti abiotiche e biotiche dei fondali ed esplorare le loro interazioni funzionali, inclusi i potenziali impatti derivanti da attività antropiche, al fine di fornire informazioni utili per una gestione sostenibile delle risorse marine volta alla conservazione degli ecosistemi.