ITS, un ponte tra scuola e lavoro

 

Il mercato del lavoro in Italia conosce un paradosso: da un lato il tasso di disoccupazione aumenta, in particolare per i giovani, dall’altro cresce il numero delle posizioni aperte, dei posti di lavoro che non vengono occupati. La causa? Il mismatch tra domanda e offerta.

In pratica, ai ragazzi mancano le competenze richieste dalle aziende, soprattutto in settori quali la tecnologia, l’informatica, le scienze applicate, la robotica. Per ovviare a questo problema servirebbe più sinergia tra mondo formativo e mercato del lavoro, un anello di congiunzione tra scuola e impresa. Da nemmeno 10 anni in Italia c’è una proposta formativa che va in questa direzione.

Stiamo parlando degli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori, corsi post diploma, alternativi all’università, che offrono quelle competenze tecniche che l’Industria 4.0 richiede. Lo dimostra un dato: 83% di placement, ragazzi cioè che trovano lavoro al termine del percorso, solitamente biennale. Proprio perché rappresentano un modello formativo per il futuro, gli ITS hanno avuto uno spazio importante al Salone del Lavoro e delle Professioni chiusosi sabato 27 marzo. “Gli ITS sono il futuro della formazione che è già qui”, dice Alessandro Mele, presidente della rete ITS Italy, “un modello di educazione 5.0 che risponde al salto tecnologico che sta cambiando il nostro mondo, quella che qualcuno già chiama l’era esponenziale”. Realizzati in sinergia con imprese, università, centri di ricerca ed enti locali, gli ITS vanno a costruire i percorsi formativi che rispondono alle esigenze lavorative del territorio nel quale sono inseriti. Una formazione “tailored”, su misura.

“La forza degli ITS sta nella loro flessibilità”, riprende Mele, “e nell’immediata capacità di risposta alle esigenze di un mercato del lavoro in evoluzione dinamica”. Attualmente le Fondazioni ITS sono 108 in tutta Italia (in percentuale maggiore al Centro-Nord). Il 52% dei percorsi formativi utilizza le tecnologie abilitanti dell’Industria 4.0 nelle attività didattiche. Sei sono le aree all’interno dei quali un Istituto tecnico si aggancia: Efficienza energetica, Mobilità sostenibile, Nuove tecnologie della vita, Nuove tecnologie per il made in Italy, Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Con una formazione mirata alle esigenze del territorio. Infatti il 70% dei docenti viene dal mondo del lavoro, solitamente professionisti messi a disposizione dalle aziende che collaborano alla definizione dei corsi. E l’approccio con il lavoro è concreto: gli studenti svolgono il 30% del percorso in azienda, con un trasferimento diretto di competenze secondo i principi della didattica esperienziale.

“Gli ITS sono una scommessa vinta”, sottolinea Mele, “la risposta alla disoccupazione giovanile e alla carenza cronica di tecnici specializzati della seconda manifattura d’Europa”. E che gli ITS rappresentino uno snodo importante del sistema educativo post diploma lo dimostrano anche le parole del premier Mario Draghi che, nel suo discorso di insediamento, li ha definiti “pilastro educativo” e ha riservato loro 1,5 miliardi del Recovery Fund. Fondi che serviranno per implementarli e farli conoscere meglio.

Nel resto d’Europa, dove questi percorsi formativi hanno una storia più lunga, la partita si gioca su numeri diversi: gli studenti degli istituti corrispondenti in Germania sono quasi 900.000, oltre 500.000 in Francia, 400.000 in Spagna e 250.000 in Inghilterra. In Italia il dato degli iscritti attuale è di 16.000. Il che promette margini di crescita amplissimi.