Intervista ad Alessandro Mele

 

Intervista ad Alessandro Mele, presidente dell’Associazione Rete Fondazioni ITS Italia

Il sistema post-diploma degli ITS, legittimato da Mario Draghi al suo insediamento a Palazzo Chigi, diventa il secondo pilastro dell’istruzione post-diploma, parallelo alle università.  

 

Gli ITS, Istituti Tecnici Superiori, il secondo grande pilastro formativo post-diploma dopo le università, hanno ricevuto piena cittadinanza con la dichiarazione di un primo ministro: Mario Draghi, al suo discorso di insediamento a Palazzo Chigi a febbraio, li ha citati come irrinunciabile fucina di futuri lavoratori altamente specializzati. Dopo il loro sdoganamento a ottobre 2020, quando l’allora ministro dell’istruzione Lucia Azzolina aveva chiesto per loro 2,2 miliardi di euro dal Recovery Fund nel quinquennio 2020/2025, gli ITS si apprestano alla rivoluzione copernicana dell’alta formazione italiana: diventare il primo percorso italiano post-diploma altamente professionalizzante, capace di assicurare alla grande manifattura italiana, seconda in Europa solo alla Germania, quelle figure professionali specializzate che le PMI italiane sono state sinora costrette a formare da sole, con grande dispendio di denaro e di tempo. Un percorso di studi, quello degli ITS, che nelle vicine Francia e Germania è frequentato rispettivamente da 500mila e 900mila studenti, mentre in Italia supera a fatica i 16.000 iscritti. Il presidente di Fondazione ITS, Alessandro Mele, traccia per Capital la prima road map di questi corsi.

Presidente, perché c’è bisogno degli ITS in Italia?

Gli Istituti Tecnici Professionali formano specialisti di alto livello e assicurano lavoro all’83% dei diplomati entro un anno, di cui il 92% coerente ai propri studi. Sono perciò la risposta a 2 gravi problemi italiani: la disoccupazione giovanile (oggi al 35%) e il mismatch del mercato professionale delle imprese, che non trovano figure adatte alle loro esigenze. Dopo 60 anni di tentativi falliti, per la prima volta abbiamo un sistema integrato fra agenzie educative (scuola) e imprese, infrangendo un tabù, e costituendo il sistema della formazione terziaria professionalizzante che in Italia è sempre mancato.

Quali esperienze estere vi sono state di esempio?

Anni fa siamo stati in Canada, in un campus con 23.000 studenti, per conoscere le esperienze nordamericane più evolute: in materia di Organizzazione e Marketing ci umiliavano. Ma sul prodotto non avevamo eguali. Il Made in Italy è un’eccellenza senza pari, ha solo bisogno di percorsi di sviluppo manageriale, organizzazione e marketing per dispiegare tutte le sue potenzialità. Lo scopo del sistema ITS è interpretare il brand più forte del mondo e tradurlo in esperienza formativa.

La legge istitutiva degli ITS data 25 gennaio 2008, il sistema ha impiegato tempo per decollare…

Nel maggio 2020 il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha stanziato un fondo ordinario di 33 milioni dopo un periodo in cui i sostegni agli ITS calavano anche di 500 mila euro l’anno. In seguito, ha chiesto e ottenuto l’inserimento del finanziamento degli ITS nel Recovery Plan per 2 miliardi e 250 milioni, poi scesi a 1,5 perché 750 milioni sono statati destinati alle lauree professionalizzanti. Dopo la citazione di Mario Draghi confidiamo nell’assegnazione permanente di risorse.

Che obiettivi vi proponete con le risorse del Recovery Fund?

Triplicare o quadruplicare gli iscritti e i diplomati ITS è il principale traguardo, che dipenderà però dai piani di sviluppo e da come la politica li accompagnerà. E poi realizzare nuove sedi, con campus e studentati; rafforzare le partnership internazionali incrementando i progetti di formazione per i docenti e gli stage degli studenti; accrescere le convenzioni con le università italiane e straniere per riconoscere i crediti formativi al fine di conseguire una laurea triennale o di un bachelor all’estero.

Sinora come sono nati e dove sono stati ospitati gli ITS?

Generano da modelli di governance ad assetto variabile secondo i distretti territoriali che li ospitano, come dimostra Indire che ne ha curato un’indagine. A volte nascono da scuole superiori, altre da centri formazione professionale, altre ancora da imprese. Amo dire che siamo campioni di biodiversità: difficile trovare un corso uguale all’altro.

Quali aree professionali coprono questi corsi?

Tutte le aree tecnologiche e produttive applicate ai maggiori ambiti professionali italiani: dalla mobilità al turismo, dall’energia alla comunicazione sino al Made in Italy in tutte le sue forme (meccanica, tessile, agricoltura, casa, servizi alle imprese). L’accademia prepara profili orientati alla gestione, all’ufficio per darne un’immagine. Gli ITS professionalizzanti preparano alla produzione, allo stabilimento, dove però non ci si sporca le mani come un tempo ma si lavora a computer.

Ottaviano Nenti