SOCIAL INNOVATION

Con la social innovation l’economia dà nuove risposte a vecchi bisogni

 

Se ne parlava da tempo e l’emergenza Covid ha dato l’ultima spinta necessaria per rendere evidente una necessità: è tempo di uscire dall’economia del solo profitto, per entrare nell’economia della Cultural Growth & Social Innovation. Sì, si può fare, e si deve perseguire il profitto anche e soprattutto attraverso nuovi modelli, dove lo sviluppo umano (sano) deve puntare alla crescita culturale e all’innovazione sociale.

La Social Innovation è un’innovazione che mette al centro l’individuo e il miglioramento delle sue condizioni di vita, quelle lavorative, sociali, nonché quelle ambientali. Un’economia che non ha l’obiettivo di creare nuove esigenze ma, al contrario, di risolvere i problemi che non sono stati ancora risolti, o di trovare soluzioni migliori di quelle finora attuate.
Un’economia che non deve creare nuovi prodotti da vendere e consumare velocemente, ma concentrarsi sui servizi. Tutto ciò attraverso modelli di progettualità atti a soddisfare schemi sociali sempre nuovi. Non conta solo raggiungere l’obiettivo, ma soprattutto come lo si raggiunge.

Le persone devono diventare centrali, strategiche, protagoniste: non solo chi fruisce di un servizio o di un prodotto, ma anche l’individuo che li produce. Bisogna garantire un ambiente di lavoro accogliente, favorire l’entusiasmo, liberare la creatività e il talento di ogni singola persona e la flessibilità deve essere garantita. Un esempio di questo tipo di approccio all’economia e alla produttività sono, ad esempio, il design thinking, l’Ate (Accelerate Talent Experience) o il Circle, nati proprio per diffondersi a vari livelli. Approcci che, nello specifico, puntano sulle soluzioni creative, sul risolvere un problema osservandolo da un punto di vista insolito, sviluppando quindi il pensiero laterale, ma soprattutto facendo circolare e condividendo, attraverso la creatività, la conoscenza e il talento delle persone.

Fondamentale poi, per fare in modo che questo nuovo modello economico, sociale e culturale si realizzi con successo, è puntare sulle relazioni sociali. L’assenza di socializzazione, infatti, riduce la circolazione
della conoscenza impedendo la crescita, personale e collettiva. Quindi investire sulla cooperazione, più che sulla competizione, sulla condivisione, sul rispetto delle persone e delle loro idee.

Un aspetto riconosciuto anche da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan nel loro Libro bianco sull’innovazione sociale, dove scrivono: «Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa».

Un compito che riguarda (o, meglio, riguarderebbe) anche lo Stato. Ma se il Pubblico non ci arriva, tocca ai privati riempire questo vuoto. I privati possono essere motori dell’economia utile, dello sviluppo utile, che può trovare la sua ottima espressione in ambiti fondamentali come la cura, l’assistenza sociale, l’integrazione, la formazione, arrivando a progettare prodotti, servizi, e cioé risposte ai bisogni, sino a ieri impensabili. Esistono già realtà in grado di rivoluzionare il mercato attraverso il cambio di paradigma.

Ci sono casi noti e meno noti. La multinazionale giapponese Hitachi ha centrato la sua mission sul Social Innovation Business, e su questo fa convergere tecnologia dell’informazione, tecnologia operativa e prodotti. Siropack, impresa cesenate ad alta tecnologia che ha fatto del benessere dei dipendenti e dell’attenzione all’ambiente la sua filosofia d’impresa. La startup piemontese xScoreInsight supporta le organizzazioni aziendali a migliorare il potenziale informativo dei dati, promuovendo nuovi modelli di crescita culturale e di social innovation, utilizzando big data e
Intelligenza artificiale.

O, cambiando completamente settore, la Fondazione Villa Gaia in Lombardia, che ha progettato una casa per accogliere donne che hanno subito violenza, dove l’innovazione sociale ha reso non solo sostenibile la realizzazione della struttura, ma genera una reale cooperazione per accompagnare le ospiti nella loro rinascita personale e sociale.
Sono solo alcuni esempi che dimostrano come attraverso le nuove tecnologie e con cambiamenti disruptive, non solo grandi organizzazioni ma anche piccole realtà imprenditoriali e organizzazioni non profit possono soddisfare vecchi e nuovi bisogni, ottimizzando l’utilizzo di risorse. Prima di tutto quelle umane.

 

Fonte: Class – Ottobre 2020

GIUSTINIANO LA VECCHIA

Facilitatore, autore, speaker e inspiring people, con un profondo aggiornamento sui metodi emergenti di gestione e sviluppo delle organizzazioni del XXI secolo, sulla base di approcci sistemici, collaborativi e creativi.

Specializzato in processi di gestione dell’innovazione, innovazione di business e trasformazione culturale e collegato con alcuni dei movimenti globali più avanzati sull’evoluzione della società post-industriale.

Divulgatore e sostenitore del pensiero creativo (immaginazione, idee, innovazione) all’interno delle organizzazioni, dove gli esseri umani rappresentano il futuro e il  vero valore.